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Per i genitori
Quando tuo figlio dice «non sono portato per la matematica»
«Non sono portato per la matematica», «io con i numeri non ci riesco», «odio la matematica»: sentirlo dire da tuo figlio o da tua figlia fa male, soprattutto se a scuola provavi le stesse cose anche tu. La buona notizia è che il rapporto di un bambino con la matematica può cambiare, e gli adulti che ha intorno possono fare molto. Questa guida spiega come riconoscere l'ansia da matematica e che cosa puoi fare a casa.
Che cos'è l'ansia da matematica?
L'ansia da matematica è quella sensazione di agitazione, di blocco o di paura che arriva quando c'è da fare matematica. Non è la stessa cosa che fare fatica in matematica. Ci sono bambini bravissimi che la vivono male, ed è proprio l'agitazione a frenarli. Quando un bambino va nel pallone, fa molta più fatica a ricordare una tabellina o a seguire i passaggi di un problema, e l'errore sembra dargli ragione («Visto? Io non sono portato»). L'obiettivo è spezzare questo circolo vizioso.
I segnali a cui fare attenzione
- Dice «non ce la faccio» prima ancora di provarci, oppure si arrende subito.
- Mal di pancia, pianti o scatti di nervi quando ci sono i compiti di matematica, o la mattina della verifica.
- Fa gli esercizi di corsa per toglierseli di torno, oppure scrive un risultato a caso sperando di indovinare.
- Si blocca davanti a domande a cui di solito sa rispondere, soprattutto quando c'è fretta.
- Cerca di evitarla: i compiti di matematica «se li dimentica», o deve andare in bagno proprio quando esce il quaderno a quadretti.
- Si paragona agli altri: «tutti hanno finito prima di me».
A tutti i bambini capita una giornata storta. Quello che merita attenzione è quando questi segnali tornano di continuo.
Anche la scuola se ne occupa
Le Indicazioni nazionali del 2012, che valgono ancora per le classi dalla seconda alla quinta, mettono tra i traguardi per la fine della scuola primaria anche «un atteggiamento positivo rispetto alla matematica», accanto al calcolo e ai problemi.
Le Nuove Indicazioni nazionali, che dal 2026/27 entrano in vigore a partire dalla classe prima, nella parte dedicata alla matematica riconoscono apertamente che molte alunne la trovano poco interessante, se non ostica. Che un testo ufficiale lo scriva nero su bianco dice una cosa importante: il rapporto con la matematica non è un destino, e scuola e famiglia possono cambiarlo insieme.
A casa, quindi, attenzione agli stereotipi: frasi come «le femmine sono più portate per le lettere» pesano, anche dette per scherzo. E aiutare un bambino a non avere paura di sbagliare non è un di più: fa parte dell'imparare la matematica.
Cambia le parole: «non ancora»
Molti bambini sono convinti che essere bravi in matematica sia una dote di nascita: o ce l'hai o non ce l'hai. A scuola le maestre lavorano molto per sostituire questa idea con un'altra: con l'esercizio tutti migliorano, e fare fatica fa parte dell'imparare, non è la prova che non sei capace.
A casa puoi dare una mano con due parole piccole piccole: «non ancora».
- «Le frazioni non mi vengono» diventa «le frazioni non mi vengono ancora».
- «Non so la tabellina del 7» diventa «non so ancora la tabellina del 7, ma so già quelle del 2, del 5 e del 10».
Altre frasi che aiutano:
- «È difficile, sì. È così che il cervello si allena.»
- «Quale pezzo sai già fare?»
- «Gli errori ci dicono che cosa dobbiamo ripassare.»
- «Ti ricordi quando gli amici del 10 non li sapevi? Adesso li sai.»
E qualcuna da evitare, anche se detta con tutto l'affetto: «Non fa niente, c'è chi non è portato», «Dai, questa è facilissima» (se è facilissima e non gli viene, come si sentirà?) e «Sbrigati».
Attacca sul frigorifero un foglio intitolato «Cose che adesso so fare». Ogni volta che tuo figlio riesce in qualcosa che gli costava fatica, scrivilo con la data. Il giorno in cui dirà «sono una frana in matematica», rileggi la lista con lui.
Quello che provi tu per la matematica
Tanti adulti si sentono a disagio con la matematica, spesso per come gliel'hanno insegnata. Non c'è niente di cui vergognarsi, ma i bambini fanno molto caso a quello che diciamo. Se tuo figlio ti sente dire «anch'io ero negato in matematica», può concludere che è una questione di famiglia e che non vale la pena impegnarsi.
Qualche idea che aiuta:
- Fai caso alle tue parole. Invece di «sono un disastro con i numeri», prova con «a scuola la matematica mi costava fatica, ma sto ancora imparando».
- Fagli vedere che la matematica la usi e che si può ragionare con calma: «Aspetta, fammi pensare. Ci servono 3 confezioni da 6 uova, quindi sono 18 uova.»
- Cerca le risposte insieme a lui. «Non lo so di preciso, proviamo a scoprirlo» è una frase che a un bambino fa bene sentire.
- Prendi confidenza anche tu. La nostra guida su come si insegna oggi la matematica ti spiega i metodi che tuo figlio usa in classe, e un rompicapo al giorno per adulti può rendere i numeri un po' più simpatici anche a te.
Esercitarsi senza pressione: giochi e matematica vera
Un bambino con l'ansia da matematica ha bisogno di tanta matematica che non sembri una verifica: niente cronometro, niente giudizi, niente pubblico, così da viverla come una cosa sicura e magari anche divertente.
- Giochi da tavolo e di carte. Il gioco dell'oca, il domino e la tombola di Natale fanno contare e riconoscere i numeri senza che nessuno parli di «fare matematica». Con le carte da gioco regionali, la scopa è tutta un'addizione: se giochi un 7 e sul tavolo ci sono un 4 e un 3 (e nessun 7), li prendi tutti e due, perché 4 + 3 = 7.
- Giochi con i dadi. A turno si tirano due dadi e ognuno aggiunge i punti al proprio totale; vince chi arriva per primo a 50. Con i più grandi i due numeri si moltiplicano, e il traguardo diventa 200.
- Fagli fare la maestra o il maestro. Chiedigli di spiegarti qualcosa che ha imparato in classe. Spiegare è tutta un'altra cosa rispetto a essere interrogati.
- La matematica di tutti i giorni. Cucinare, fare la spesa al mercato, calcolare che due cornetti a 1,40 € fanno 2,80 €: è matematica con uno scopo vero. Nella guida La matematica di tutti i giorni trovi tante idee.
- Parti da quello che gli riesce. Comincia da qualcosa che sa già fare e aggiungi un solo passettino in più.
- Lascia l'orologio per dopo. In Italia non c'è nessuna prova nazionale sulle tabelline, e tanto meno a tempo, quindi non c'è nessuna fretta. La velocità arriva quando il bambino si sente sicuro; il cronometro rischia solo di aumentare l'agitazione (qualche idea in come imparare le tabelline).
Anche i rompicapi aiutano, purché non ci sia l'obbligo di finirli: restare bloccati e poi, all'improvviso, vedere la soluzione è una delle sensazioni più belle che la matematica sa dare.
Se a spaventarlo sono le verifiche o le prove INVALSI, aiuta sapere come funzionano: il giudizio sulla scheda non nasce solo dalle verifiche, ma anche dal lavoro in classe e dal quaderno, e le prove INVALSI di seconda e di quinta non contano per i giudizi. Lo spieghiamo con calma in valutazione e prove INVALSI.
Quando parlarne con la maestra
Parlarne con la maestra o il maestro di matematica va sempre bene: puoi farlo ai colloqui oppure chiedere un appuntamento con un messaggio sul diario o sul registro elettronico. È una buona idea soprattutto se:
- la preoccupazione dura da più di qualche settimana, o peggiora;
- tuo figlio ha paura di andare a scuola nei giorni in cui c'è matematica;
- i compiti finiscono spesso in lacrime, anche a piccole dosi;
- pensi che la difficoltà sia proprio nella matematica, e non solo nell'agitazione.
In classe la maestra vede un lato del bambino che a casa non si vede. Se serve, può proporre attività di recupero o di lavoro in piccolo gruppo; come si organizzano dipende dalla scuola.
Alcuni bambini hanno la discalculia, una difficoltà specifica e persistente con i numeri e il calcolo. In Italia è uno dei disturbi specifici dell'apprendimento (DSA) riconosciuti dalla legge 170 del 2010. Se, nonostante l'aiuto, tuo figlio continua a fare moltissima fatica con le basi (contare, capire le quantità, ricordare i calcoli più semplici), parlane con le maestre: insieme potete valutare se chiedere il parere di uno specialista, e il pediatra saprà indirizzarti. Di solito la discalculia non si diagnostica prima della fine della terza. Con una diagnosi, la scuola prepara un piano didattico personalizzato (PDP) con gli strumenti e i tempi adatti alle sue esigenze.
Risposte veloci
No. Può provarla sia un bambino che va benissimo sia uno che fa fatica. L'agitazione rende più difficile ragionare, così un bambino ansioso spesso rende meno di quello che sa davvero.
Per quel giorno sì: chiudi lì e avvisa la maestra con due righe sul diario. Poi chiedi un colloquio per trovare insieme il modo di rendere i compiti più sostenibili.
Sì. Con un sostegno tranquillo, tanti piccoli successi un passo alla volta e parole incoraggianti a casa e a scuola, la maggior parte dei bambini acquista molta più fiducia.
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